sabato 12 gennaio 2019

Flessibilità reale e fittizia

Nello Yoga la flessibilità che si acquisisce con la pratica dovrebbe essere prima mentale e poi conseguentemente fisica. 
Spesso però avviene che per sciogliere il corpo " a tutti i costi" si creano schemi mentali che portano a vivere le asana come un' ossessione.
Il fatto di lottare col proprio corpo non solo non permette di osservare Ahiṃsā (prima di rispettare tutti gli esseri viventi, la non violenza dovrebbe essere applicata verso se stessi) ma in alcuni casi rafforza il blocco sulla parte che si cerca di sciogliere, soprattutto a livello emozionale ed energetico.
Ogni rigidità o blocco presente sul piano fisico tende naturalmente a difendere la propria immobilità perché legata ad un fattore emozionale/psicologico che modella il corpo rispecchiando gli stessi blocchi presenti sul piano mentale ed emozionale. Quindi di base il corpo vuole tenersi stretto quel particolare atteggiamento posturale perché altro non è che un riflesso più profondo di noi stessi. Se andiamo ad agire con troppa forza, quasi a violentare quella parte bloccata può succedere che, come un nodo che si tenta di sciogliere tirando le due estremità della corda, si consolidi ancora di più. E spesso la sensazione di flessibilità acquisita non è propria della parte in questione. Il corpo naturalmente tende a ipersciogliere le zone attorno al blocco pur di non iniziare un lavoro profondo di trasformazione che dovrebbe farci uscire dalla nostra zona di confort, andando a modificare in profondità alcune nostre caratteristiche quali paure, abitudini e schemi mentali consolidati. 
Qui nasce una flessibilità fittizia che sopratutto nell'Ashtanga a volte crea la sensazione di essere sciolti quando invece il corpo è semplicemente riuscito a bypassare le rigidità con una dinamica posturale di compensazione. Per appurare ciò basta uscire dai binari delle serie dell'Ashtanga Yoga e provare a fare per esempio qualche movimento spinale. Facendo ciò ci accorgiamo della nostra reale capacità di muovere il corpo senza schemi.
Se invece di provare a sradicare il blocco,  abbandoniamo la battaglia contro di esso accettandolo, rimanendo in ascolto nel qui e ora (un po' come si fa nella meditazione Vipassana), riusciremo ad attraversarlo vivendo le emozioni necessarie a far si che si sciolga dal profondo alla superficie. Così facendo staremo camminando sul sentiero della nostra vera evoluzione, non solo come praticanti ma come essere viventi. Sciogliere il corpo può non essere la diretta conseguenza di un cammino spirituale.
Questo è uno dei motivi del perché praticare le serie avanzate non ci rende in automatico esseri illuminati o più semplicemente persone migliori. Possiamo evolvere a livello fisico non evolvendo minimamente a livello emozionale e spirituale se non decidiamo di osservare e attraversare i nostri "demoni" nascosti in angoli bui di noi stessi. Si, perché vivendo su un piano duale, siamo fatti sia di luce che di ombra. E a nessun insegnante o praticante è richiesto di annullare il proprio lato oscuro. L'equilibrio, come nel Tao, si raggiunge bilanciando le due energie, non cercando di annullarne una. Anche perché quasi sempre, nel tentativo di farlo, si creano strati e strati di sovrastrutture che ci danno solo l'illusione di essere arrivati ad un grado di evoluzione che ci consente di essere pura luce, ma in realtà stiamo solo nascondendo a noi stessi quella parte.
   L 'Ashtanga Yoga funziona come una lente di ingrandimento. Ci fa vedere più chiaramente chi siamo realmente. E se non siamo pronti ad accogliere e accettare ciò che porta in superficie o scappiamo dalla pratica oppure cominciamo ad usarla per alimentare la nostra tendenza all'egoismo. Ma la vera spiritualità sta nel riuscire ad essere empatici con qualsiasi cosa ci stia intorno cercando di percepire che tutto provenga dalla stessa Energia e Fonte.
Se invece più passa il tempo più siamo concentrati su noi stessi e sulla nostra pratica stiamo solo alimentando l'idea di individualità, che è l'esatto opposto della spiritualità.
Qualsiasi cammino che crei divisione, tirando su muri di distinzione ed etichette di classificazione o porti la nostra attenzione solo su noi stessi, rischia di allontanarci dalla nostra reale evoluzione. 
Quindi l'Ashtanga Yoga può veramente aiutarci ad evolvere sul nostro cammino ma può anche aumentare il nostro lato oscuro. E la chiave non sta nel riuscire ad eliminarlo ma a bilanciarlo con il nostro lato luminoso, trovando un equilibrio reale.


martedì 3 luglio 2018

L'ascolto del presente

Spesso pensiamo che il nostro cammino debba essere per forza il risultato di complicate "formule matematiche" in cui perdersi nel tentativo di risolverle o arrendersi ad esse perché convinti che non ci sia soluzione...
Soprattutto in certi ambienti, l' austerità, la rinuncia, il seguire rigide regole scritte da qualcun altro in altri periodi storici, ci da l'illusione di evolvere da un punto di vista spirituale. 
Ma in realtà stiamo solo seguendo uno schema che spesso ci allontana ancora di più dal vero sentire... A volte ci creiamo una campana di false credenze dalla quale sputare giudizi e sentenze su chi non fa il nostro stesso percorso, sentendoci superiori a tutto e tutti, solo perché magari sappiamo qualche mantra a memoria o leggiamo testi sacri. Ma questo non ci rende spirituali ma solo intellettuali. In più la campana ci impedisce di coltivare l'empatia. La percezione della spiritualità può arrivare nei modi più impensabili e di certo non segue schemi rigidi razionali del tipo non   puoi fare questo o quello,  non puoi, non puoi, non puoi... Tutte queste negazioni creano vibrazioni dissonanti che ci allontanano dalla centratura. L'importante è non diventare schiavi delle nostre azioni e pensieri. Vedo molto più equilibrio nel concedersi un caffè o una birra ogni tanto rilassandosi, che vivere mangiando ghee... poi ovviamente ogni scelta è soggettiva ma se questa scelta impone il doversi troppo forzare per mantenerla, si sta creando rigidità invece di  fluidità. 
Anche nello Yoga tutte le regole e precetti non dovrebbero essere seguiti solo perché ce lo ha detto qualcuno o lo abbiamo letto. Cosa pensiamo noi veramente? Cosa sentiamo vibrare alla nostra stessa frequenza e cosa invece percepiamo come "stonato"? Questo ci dovremmo chiedere. Altrimenti si rischia di diventare semplici esecutori. In realtà siamo ciò che crediamo di essere... e sopratutto ciò che crediamo influenzi la nostra realtà crea la nostra proiezione di essa. Abbiamo la possibilità di camminare fuori dagli schemi fluendo in armonia con il nostro essere. Non esiste una realtà uguale per tutti. Ognuno ogni giorno coltiva la propria. Ma il problema è che la coltiviamo con i semi del passato o pensiamo già ai frutti del futuro. In questo ci perdiamo la vera illuminazione...  il presente, il qui e ora. Mi accorgo che spesso si passa la vita seguendo complicate religioni, percorsi spirituali, manuali esoterici che invece di renderci la vita semplice e fluida ce la riempiono di regole, restrizioni, schemi rigidi che ci fanno scordare la nostra naturale tendenza all'ascolto. Anche nella pratica, mai come in questo periodo, mi sto accorgendo che quando si sale sul tappetino non si è mai nel presente: o si è ancorati al passato, concentrandosi sui vecchi blocchi o difficoltà, cercando di rimuoverli o superarli o si è proiettati nel futuro, pensando a come dovrebbe essere eseguita l'asana. E il presente? Il presente non viene mai percepito. Saliamo sul tappetino già come libri finiti con tanto di copertina (spesso rigida) che ci appesantisce. Per tutta la pratica rileggiamo il nostro cammino rimanendo ingabbiati in esso o cercando di rincorrere il futuro, che sarà ma che ancora non è. E invece dovremmo essere dei semplici fogli bianchi pronti ad accogliere le asana come se fossero pennellate di inchiostro che disegnano e modellano il nostro presente. Se riuscissimo a fare veramente questo ci accorgeremmo che molti blocchi, molte paure, molti limiti li creiamo ogni volta noi identificandoci con una vecchia idea di noi stessi. Se praticassimo solo rimanendo in ascolto, creando spazio tra passato e futuro, il presente riuscirebbe a manifestarsi con una presenza e intensità tale quasi da spiazzarci. Mentre pratichiamo, perdere la percezione dei confini del corpo staccando la mente, ci permette di assaporare tutte le connessioni e vibrazioni che ci avvolgono,  ricreando quell'unione con il Tutto che spesso scordiamo. Ci  rifugiamo ognuno sul proprio tappetino, inalzando barriere di invidia e gelosia o  indifferenza che però, a prescindere da che serie si stia facendo, crea divisione.
Riuscire a perdere i confini del finito (corpo, mente, volontà e tempo) nel presente per riunire il nostro respiro all'Infinito universale senza tempo è uno dei modi per percepire la nostra natura divina mentre pratichiamo. A volte è "semplicemente" rimanendo in ascolto che si scopre chi siamo veramente... 

lunedì 7 maggio 2018

In bilico tra fluidità ed esibizionismo

In quest'ultimo periodo sui social e non solo sta sempre più prendendo piede l'idea che nell' Ashtanga Yoga più si vada in verticale nei passaggi, più si faccia sfoggio delle proprie doti "aeree" più la pratica sia avanzata o addirittura corretta. Questo però crea un equivoco.
Non è la ricerca esasperata al controllo che rende un praticante avanzato, ma la sua capacità di mantenere sempre un respiro lungo e profondo indipendentemente da ciò che fa il corpo.
In una fase avanzata di pratica lo sforzo fisico viene completamente superato perché non si usano più i muscoli ma si sfrutta il circolo interno di prana per rimanere in posture faticose senza produrre tensione. Ma lo si applica nelle serie avanzate dove sono previsti movimenti e asana di quel tipo. Se si guardano con attenzione molti dei video in circolazione ci si accorge che la maggior parte dei praticanti usa la forza e non il prana per eseguire tali movimenti (c'è tensione nel corpo e nel respiro e le braccia tremano). Per ogni cosa c'è il suo tempo. Le serie dell'Ashtanga Yoga sono strutturate proprio per portare il praticante ad arrivare a fare asana molto faticose pur rimanendo nel respiro profondo e senza produrre stress fisico. Verticali applicate nella prima serie o peggio nei saluti al sole non esistono nella tradizione.
Quindi tutti questi eccessivi gesti atletici ricadono appunto nella ginnastica e non nella pratica Yoga. 
Il confine tra fluidità ed esibizionismo non è poi così sottile...
Partiamo dal presupposto che una pratica corretta preveda il rispetto del giusto numero di vinyasa.
ll fatto di andare in verticale nei saluti al sole prima di andare in chaturanga dandasana per esempio, non solo non rispetta il conteggio tradizionale, ma non contribuisce minimamente ad aumentare la fluidità della pratica.
Da un punto di vista muscolare, crea uno sforzo e una pressione che alla lunga contribuiscono ad irrigidire le spalle e la parte alta della schiena. Da un punto di vista energetico poi, blocca completamente il libero fluire del prana, cosa che invece in un saluto al sole fatto senza elementi che non esistono nella tradizione non avviene.
Questa tendenza a perseguire sempre di più la performance nella pratica purtroppo sta contribuendo ad inserire degli elementi che con la tradizione, il benessere e il giusto fluire del prana, non hanno nulla a che vedere.
Una pratica non può essere considerata avanzata solo per il numero di volte in cui si va in verticale o per quante uscite spettacolari dalle asana si è in grado di fare. L'intento delle uscite e delle entrate dalle posizioni è quello di mantenere una fluidità costante che non crei picchi energetici, ma consenta un sempre più uniforme e costante passaggio di prana nei canali energetici. 
Purtroppo molti praticanti, influenzati dai vari video che circolano in rete, pensano di avere una pratica da principianti solo perché magari non riescono ad andare in verticale in alcune uscite. La fluidità della pratica però è legata al respiro e non alle contaminazioni circensi che non hanno molto a che fare con lo Yoga. 
La pratica non dovrebbe essere una vetrina nella quale esporre le nostre qualità ginniche ma un percorso introspettivo che pian piano ci porti ad esplorare parti sempre più profonde di noi stessi. La forza, il controllo, la scioltezza fisica sono solo degli effetti collaterali e non l'obbiettivo da perseguire a tutti i costi...




lunedì 29 gennaio 2018

Lo Yoga è "Unione"?

Mai come in questo periodo nel mondo dell'Ashtanga yoga si respira aria di divisione. Sui social è accesissimo il dibattito tra la visione "ufficiale" di Sharat e quella degli esclusi dalla lista seppur validissimi insegnanti e in qualche caso "Maestri" . Il primo continua ad andare per la sua strada e in sostanza ha dichiarato che tutti quelli che non sono d'accordo con la sua visione possono chiedere la revoca  delle loro certificazioni/autorizzazioni (qualora ancora presenti).
Premetto che non voglio in questo articolo prendere le parti di nessuno, ma semplicemente esporre delle riflessioni.
Penso che il punto non sia chi abbia ragione ma cosa tutto questo fermento abbia messo in luce...
Se partiamo dal presupposto che lo Yoga sia Unione, tutti i comportamenti che tendono a criticare o addirittura quasi in modo sarcastico sbeffeggiare l'altra parte, aumentando la distanza tra le persone, denotano solo una mancanza di spirito yogico.
Non è importante fare la quarta serie o essere certificato o autorizzato da Sharat o da qualsiasi altra autorità per diventare automaticamente un Maestro di Yoga. Ci vuole passione, dedizione, amore per l'insegnamento (e non solo per la pratica), empatia, umiltà e pazienza. Mi fanno sorridere le liti, le gelosie o le antipatie tra insegnanti perché sono l'antitesi dello Yoga...
 Non è anche scontato che essendo il figlio o nipote di un Guru di conseguenza si abbia nelle vene una saggezza innata. Si deve comunque fare un percorso di Umiltà e comprensione...
Ciò che ci rende saggi o illuminati non sono le parole che scriviamo o pronunciamo in conferenze o articoli, quanti "followers" abbiamo o quanti like può vantare una nostra foto o un nostro video. Ciò che conta veramente sono i nostri comportamenti di fronte a un qualcosa che ci tocca da vicino e che va a minacciare la nostra calma apparente. Quindi indipendentemente da titoli, discendenze, esperienza o anzianità, se con le parole scritte o pronunciate, con i nostri comportamenti e atteggiamenti andiamo a creare distanze, a non capire che uno dei principi più alti è quello che tutto è Uno, non si sta camminando sul sentiero dello Yoga. Se non si riesce a percepire che in realtà se un'altra persona sta soffrendo, in parte quel dolore è anche nostro, e viceversa se è felice ci sta donando parte di quella sensazione, non si potrà mai percepire tutto l'amore che ci rende esseri divini. Divini perché anche se confinati e divisi in un corpo abbiamo la capacità di riconnetterci a quell'energia primordiale che solo la mente non percepisce.
Ciò che funziona nell' Ashtanga è il Metodo, perché non contaminato da nessuna vibrazione di invidia, fama di successo, ossessioni varie ma colmo di quell'energia fatta di sudore, devozione, condivisione e amore che molti praticanti e insegnanti nutrono ogni giorno salendo sul tappetino. Quindi il mio personale ringraziamento va a tutti quegli insegnanti e allievi vicini e lontani che ogni giorno con amore, pazienza e devozione contribuiscono a rendere l'Ashtanga Yoga un percorso che avvicina  e non divide... a loro io mi inchino!

venerdì 1 dicembre 2017

Kanda: il cuore del movimento sottile

In questi ultimi anni di pratica e insegnamento sono stato sempre più attratto dal ruolo delle energie sottili nel movimento corporeo. Ho approfondito questi studi anche cimentandomi nel Qi gong e nel Tai chi, due discipline che hanno tanti punti in comune con l'Ashtanga Yoga e che hanno una dinamica del movimento non basata sulla forza muscolare ma su una particolare circolazione energetica.
Grazie a questa esperienza ho capito che normalmente, quando vogliamo muovere una qualsiasi parte del corpo, andiamo a portare la nostra attenzione su di essa e conseguentemente, attraverso il cervello, diamo il comando che ci serve per attivarla. Per muovere un braccio ad esempio, il movimento nasce dalla mano,  per muovere una gamba dal piede ecc. In pratica i nostri movimenti partono dalle zone periferiche verso quelle più interne. Usare il corpo in questo modo però ci impedisce di sfruttare la sua reale fluidità, forza e controllo. In più creeremo tensione che ci impedirà di rilassarci con un conseguente alto dispendio energetico.
Nell'Ashtanga Yoga ci insegnano ad attivare e controllare Mula e Uddiyana Bandha e questo, anche se non ce ne rendiamo conto, modifica il nostro modo di muoverci. Se usati correttamente essi invertiranno questo meccanismo facendo partire ogni movimento dall'interno verso l'esterno. Quindi per muovere un arto non sarò più costretto ad usare i muscoli ma lo attiverò attraverso una contrazione che ha origine dai Bandha e che si sviluppa in tutte le parti del corpo. Così facendo i muscoli non sono più soggetti a stress perché vengono "liberati" dal compito di creare movimento. Diventeranno semplicemente l'estensione di esso. Questa contrazione che all'inizio sarà fisica attivando i muscoli legati all'uso dei Bandha, in un secondo momento passerà sul piano energetico. E qui entra in gioco il Kanda.
 Il Kanda (nelle arti marziali Dan tian) viene descritto come un bulbo coperto da più membrane situato dodici pollici (o nove a seconda i testi) sopra l'ano, appena sotto l'ombelico da cui hanno origine 72.000 nadi che hanno il compito di portare il prana in tutte le parti del corpo. Non è un caso se il termine sanscrito  "nadi" venga dalla radice nad che significa movimento.
Movimento energetico ma che corrisponde poi a quello fisico. Quindi come il prana dal Kanda si sposta fino alle estremità del corpo, così il movimento del corpo dovrà seguire questa corrente. Altrimenti ci troveremo a muoverci "contro corrente" rispetto alla nostra energia. Questo spiega perché normalmente ci stanchiamo facilmente se ci sottoponiamo a sforzi fisici. Perché il nostro sforzo muscolare va contro il naturale fluire della nostra energia. Se impariamo invece a lasciarci guidare da essa e a seguirla nel suo percorso " dall' interno all'esterno", lo sforzo sparirà.
E come in tutte le fasi del movimento energetico e non, il respiro ha un ruolo fondamentale. Se i bandha sono il nostro tramite per arrivare ed isolare il Kanda, il respiro è il soffio che guida la nostra energia nel suo fluire. Inspirando si porta il prana fino al centro energetico ed espirando si fa scorrere l'energia da quest'ultimo fino alla parte del corpo che si vuole muovere. Quando il prana nel suo percorso di circolazione all'interno del corpo trova un blocco, che si manifesterà sul piano fisico con una rigidità muscolare o articolare e sul piano energetico con un ristagno di energia, sarà più difficile o addirittura impossibile usare questo tipo di movimento partendo dal Kanda. Infatti in quel punto saremo più rigidi e o addirittura limitati nei movimenti. Ma pian piano che la parte inizierà a sciogliersi permettendo al prana di attraversarla, riportandola in vita dal torpore del blocco, sarà possibile usare questo tipo di movimento "sottile".
Ovviamente per controllare questo processo ci vuole molto tempo e pazienza ma una volta acquisito cambierà completamente il nostro modo di praticare.
Lo Yoga soprattutto se fatto per per tanti anni dovrebbe salvaguardare il nostro corpo da sforzi eccessivi che alla lunga consumeranno i nostri muscoli, la nostra energia e di conseguenza la nostra vita.
Non è Yoga una pratica che ci porta a fare le serie avanzate o andare in verticale ogni cinque minuti se poi, quando saremo più in là con l'età , l'unico frutto che raccoglieremo saranno i dolori dovuti ad un' incapacità di ascoltare e rispettate il nostro corpo e di conseguenza il naturale fluire del prana al suo interno.



martedì 19 settembre 2017

Tristana e l'energia dei cinque elementi

Molto spesso negli aspetti teorici dell'Ashtanga Yoga si parla di "Tristana", ovvero l'unione di Asana, respiro e Drishti.
Pochissimi però la associano anche alla creazione dell'energia dei cinque elementi.
Quando pratichiamo, anche se non ce ne accorgiamo, con Mula Bandha (bandha radice) ci radichiamo a terra creando l'energia del primo elemento. Sudando produciamo acqua e di conseguenza l'energia del secondo. Andando a stimolare l'Agni, il fuoco digestivo, attiviamo l'energia del terzo elemento. Respirando in Ujjayi creiamo l'energia del quarto, l'aria ed infine attraverso la circolazione del prana creiamo il quinto elemento, l'etere.
Secondo l'Ayurveda ogni cosa nell'universo è composta da questi cinque elementi. Anche la nostra pratica quindi è influenzata e caratterizzata da essi.
Le posizioni in piedi per esempio avranno una predominanza dell'elemento terra che ci dovrebbe radicare e dare la stabilità necessaria per mantenerle.
L'elemento acqua ci aiuta a passare da un' asana all'altra con fluidità e senza avere una memoria muscolare rigida che non ci permette di essere malleabili. Infatti come l'acqua non ha una forma propria ma si adatta a quella di ciò che la contiene, così il nostro corpo dovrebbe poter passare da una postura all'altra senza rimanere ingabbiato nella precedente.
Ogni volta che ci sono asana molto dinamiche e faticose sarà il nostro fuoco interiore a sostenerci richiamando più prana e permettendoci di aumentare la nostra energia.
Tutti i salti e le arm balance, hanno l'elemento aria predominante anche se l'elemento terra è ben presente come solida base da cui"spiccare il volo". L 'elemento etere, sotto forma di prana, in ogni asana permea sempre più il nostro corpo permettendoci così di ricaricarci.
Ovviamente sarà il respiro e quindi l'elemento aria a diffonderlo sempre più. Per questo la respirazione diventa ancora più importante quando si è stanchi.
Se ne deduce che per avere una pratica fluida, bilanciata e armoniosa si dovranno padroneggiare tutti e cinque gli elementi.
Ma la pratica non ha solo delle conseguenze fisiche. Su un piano più sottile ogni elemento è associato ad un chakra. Muladhara alla terra, Svadhisthana all'acqua, Manipura al fuoco, Anahata all'aria ed infine Visuddha all'etere.
È interessante notare come l'Ajna e il Sahasrara non abbiano nessun elemento associato. Questo perché  i cinque elementi agiscono sul piano duale dove tutto si percepisce attraverso i sensi. Quando si riesce a trascendere tale piano si entra nella non dualità, riunendosi all'Assoluto. E proprio questi due chakra non appartengono ad un piano fisico duale.
Tornando alla pratica, come esiste un microcosmo dentro di noi dove si manifestano i  cinque elementi, esiste un macrocosmo dove essi si possono percepire all'esterno. Ogni elemento che costituisce quest' universo è composto da terra, acqua, fuoco, aria ed etere. Così mentre pratichiamo, oltre a usare la nostra energia, possiamo attingere da tutto quello che ci circonda. Per questo non tutti i luoghi ci risuonano allo stesso modo. Dal  momento che iniziamo i primi saluti al sole entriamo in risonanza con ogni cosa che è attorno a noi e ogni cosa ha un livello di prana diverso. Le montagne, i boschi, il mare e più in generale la natura hanno una quantità di prana quasi infinita rispetto alle città o a qualsiasi luogo soffocato da energie artificiali. Per questo motivo, quando pratichiamo in certi luoghi, ci sembra di avere più energia. Perché i 5 elementi "interni" si legano a quelli esterni creando un' unione che collega il microcosmo al macrocosmo. Così facendo la nostra energia non sarà solo quella legata al nostro corpo ma, per la durata della pratica, potremmo percepire l'energia dell'Uno.





lunedì 31 luglio 2017

I diversi tipi di dolore nella pratica

La maggior parte dei praticanti di Ashtanga Yoga si sono confrontati, almeno una volta, con un infortunio o più semplicemente con un dolore in qualche parte del corpo. Questo non significa che questa pratica sia pericolosa o "faccia far male". Premetto che un infortunio è sempre colpa nostra o dell'insegnante, nel caso sia la conseguenza di un aggiustamento sbagliato o troppo spinto, mai della pratica in sé.
Ciò che ci fa far male molto spesso è il nostro ego ed il fatto di non accettare che ogni volta che saliamo sul tappetino siamo una persona diversa, influenzata da tanti elementi che possono cambiare la nostra pratica in meglio o peggio anche da un giorno ad un altro.
Ma quando una pratica si può definire migliore o peggiore? E soprattutto si possono usare questi termini nello Yoga? Molto probabilmente molti saranno soddisfatti quando il loro corpo sarà sciolto e gli permetterà di fare tutto "come al solito" e quasi risentiti quando capiterà la giornata no, dove il corpo risulterà rigido e magari pieno di dolori. Ma lo Yoga inizia proprio quando si ha la capacità di accettare quello che la pratica ci offre in qualsiasi momento e situazione sempre mantenendo il sorriso e la calma, astenendosi dal giudizio che proviene dalla mente. Altrimenti si sta ricercando la performance... cosa più vicina però ad una competizione (verso se stessi e/o  verso gli altri) che ad una pratica yogica.
Ma questo non significa che il percepire dolore o quantomeno una sensazione di disagio sia sempre una cosa negativa.
Prendendo spunto da una riflessione di Gregor Maehle, cercherò di approfondire questo argomento.
 Fondamentalmente ci sono tre tipi di dolori che si possono avvertire e ognuno di essi porta con sé un insegnamento.
Il primo, il più comune e forse il più superficiale è quello che deriva da un disallineamento o da un' errata esecuzione dell'asana. In questo caso basterà correggere il movimento o l'abitudine sbagliata per far sparire in breve tempo il dolore o fastidio capendo esattamente come si sta muovendo il nostro corpo prima di abbandonarsi al respiro e alla pratica in sé. Il dolore potrà essere ascoltato per imparare a muoversi in maniera diversa e con più consapevolezza.
L'insegnante qui avrà un' importanza notevole perché sarà i nostri occhi che ci guarderanno dall'esterno.
Il secondo tipo di dolore è quello derivato dallo scioglimento di un blocco profondo con conseguente riattivazione fisica/energetica/emotiva di una cosiddetta "zona morta". Questo tipo di dolore è più complesso del primo.
In una parte bloccata del nostro corpo oltre ad un' impossibilità di movimento ci sarà anche un blocco energetico ed emotivo. Con la pratica, giorno dopo giorno entriamo sempre più in profondità all'interno di questa zona buia fino a riportare un normale scorrimento di prana e conseguente risoluzione emotiva legata al blocco. Ma prima che avvenga ciò c'è un lavoro intenso da fare su se stessi. In questa fase qualcuno smetterà di praticare asserendo che questa pratica sia troppo pesante e pericolosa, scegliendo la via più semplice. Il dolore cesserà ma non perché fosse la pratica a crearlo ma perché si interromperà il processo di cambiamento profondo. Ovviamente una parte di noi sarà sempre restia al cambiamento in quanto esso cercherà di sradicare le nostre abitudini, paure o blocchi. Spesso siamo molto bravi a nasconderci dietro un ragionamento di tipo razionale o a trovar scuse per fermarsi, ma se si supera questa fase decidendo di andare avanti senza pensare a chiudere a tutti i costi un'asana ma godendosi la pratica per quello che è, ossia un' occasione di cambiamento ed evoluzione , si affronterà un periodo non semplice da gestire. A volte il dolore potrà anche essere intenso, ma se si rispetterà non si trasformerà mai in un infortunio. Per far ciò bisognerà accettare anche una apparente regressione della pratica (duro colpo per l'ego) ma che in realtà
sarà, se si avrà la pazienza di aspettare, un notevole passo avanti nel nostro cammino.
A volte l'evoluzione passa per strade che non avevamo preso in considerazione. La vera flessibilità nello Yoga è quella che ci consente di fluire verso risoluzioni che magari non avevamo considerato, in maniera serena, accettando un' altra via rispetto a quella sperata o scelta.
Il terzo tipo di dolore, forse il più difficile da accettare perché più profondo, è quello "karmico".
Quando attraverso la pratica si sta sciogliendo un nodo karmico, sopraggiungerà un dolore molto intenso quasi viscerale che ci destabilizzerà. Questo perché in un certo senso si sta "rinascendo". Il primo impulso sarà di fuggire da questa sensazione. In questo caso l'abbandono totale al respiro sarà fondamentale ancora di più rispetto al precedente tipo di dolore. Il respiro dovrà penetrare in profondità cercando di anestetizzare la sensazione fisica e allo stesso tempo agire da balsamo calmante per la parte emotiva.
 Come per il parto per la donna è necessario percepire il dolore perché in esso si cela la "morte" della figura di figlia a favore della "nascita" di una madre, e attraverso il respiro si rende possibile questa trasformazione, così nella pratica a volte si passa attraverso il dolore per rinascere come praticanti ed individui per continuare il nostro cammino.
Sottolineo "a volte" perché non è il percorso di tutti.
Il mio non vuole essere un inno al dolore. Non sto dicendo che va ricercato attraverso pratiche intense o che se non sia presente non si stia praticando bene. Ognuno ha un percorso diverso che può portare a diversi stadi di evoluzione. Il mio vuol essere un tentativo di far capire che qualora nella nostra pratica sopraggiunga un dolore non va sempre scacciato o percepito come negativo. Può essere un' opportunità per imparare qualcosa. Va ascoltato, rispettato e mai "violentato" cercando di fare cose che in quel momento evidentemente non si è in grado di sostenere. Altrimenti il risultato sarà sempre un infortunio che ci "costringerà" a riflettere sul nostro eccesso di ego.
Ahiṃsā, la non violenza, prima di essere attuata verso gli altri e verso tutti gli esseri che ci circondano va applicata su di noi, anche quando pratichiamo...